La santa autocrazia d’Egitto
"Insulto alla religione islamica e minaccia all’unità nazionale”. Con questa accusa l’Alta corte per la sicurezza centrale dell’Egitto ha condannato a morte, in contumacia, i sei copti (alcuni hanno nazionalità americana, cioè il Cairo condanna a morte cittadini americani) che hanno prodotto “L’innocenza dei musulmani”, il film che è stato preso come pretesto, l’11 settembre scorso, per assaltare ambasciate statunitensi in tutto il medio oriente e soprattutto al Cairo (in Libia morì l’ambasciatore Chris Stevens).
13 AGO 20

"Insulto alla religione islamica e minaccia all’unità nazionale”. Con questa accusa l’Alta corte per la sicurezza centrale dell’Egitto ha condannato a morte, in contumacia, i sei copti (alcuni hanno nazionalità americana, cioè il Cairo condanna a morte cittadini americani) che hanno prodotto “L’innocenza dei musulmani”, il film che è stato preso come pretesto, l’11 settembre scorso, per assaltare ambasciate statunitensi in tutto il medio oriente e soprattutto al Cairo (in Libia morì l’ambasciatore Chris Stevens). Anche Terry Jones, il reverendo della Florida noto per aver bruciato in pubblico testi sacri dell’islam, è stato condannato a morte: sarebbe uno dei finanziatori della pellicola incriminata.
Ci mancava altra pubblicità negativa per l’Egitto che, una settimana fa, veniva celebrato come nuovo leader della regione dopo il cessate il fuoco tra i palestinesi e Israele e che per festeggiare ha pensato bene di mettere in atto la sua svolta verso la “santa autocrazia”, come la chiamano alcuni: con un decreto il presidente Morsi, dei Fratelli musulmani, si è dato poteri assoluti, “per difendere la rivoluzione” e per evitare che i giudici avversi possano ribaltare le sue decisioni. In gioco c’è la nuova Costituzione d’Egitto, che oggi andrà al voto nell’Assemblea costituente, un’Assemblea in cui sono restati soltanto gli islamici, gli altri – i copti, i liberali – se ne sono andati per protesta. I Fratelli musulmani si sono convinti che, ora che sono maggioranza, “winner takes all”, come ha scritto Wahid Hanna su Foreign Policy, non esistano più gli altri pesi istituzionali, gli oppositori vengono semplicemente esclusi dal sistema.
Lo scontro con i giudici è un esempio di una concezione della politica che non ha nulla a che fare con lo spirito rivoluzionario di cui Morsi si è autodichiarato garante: le corti d’appello e la Corte di cassazione hanno sospeso ieri i lavori e dicono che non faranno nulla fino a che il decreto presidenziale non sarà revocato. Ma la Fratellanza e i salafiti hanno indetto per sabato una manifestazione in difesa del presidente e del suo “autogolpe” (sì, sembra impossibile, eppure), mostrando una compattezza islamica che finora era soltanto di facciata. I retroscena raccontano di fratture all’interno della Fratellanza, con Morsi accusato di non essere sufficientemente islamista: sarebbe proprio la necessità di un rafforzamento interno ad aver portato il presidente a provvedimenti tanto radicali. All’esterno le forze islamiche vogliono mostrare unità e farsi garanti unici del processo rivoluzionario. Ma su questo non avranno vita facile: nella piazza già insanguinata dai morti tornano gli slogan cantati nel 2011. Quelli che, ripetuti e urlati migliaia di volte, hanno portato alla cacciata di Mubarak.